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San Carlo, Pontiggia e Puccini: La Boheme, accordi e disaccordi.

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San Carlo, Pontiggia e Puccini: La Boheme, accordi e disaccordi.

Avvolta nell’immensa bellezza e maestosità (divenuta anche più accessibile grazie alle varie promozioni sui prezzi dei biglietti) del regio Teatro San Carlo, ancora una volta, finalmente un’altra volta: La Boheme di Giacomo Puccini.

Mimì (Elena Mosuc), Rodolfo (Jean-François Borras), Musetta (Francesca Dotto) e Marcello (Mario Cassi), i protagonisti del disgelo di una delle scene più ghiacciate dell’opera italiana firmata dal maestro Puccini.

Opera in quattro atti, la cui prima rappresentazione fu a Torino, Teatro Regio, 1 Febbraio 1896. Rodolfo/ Jean-François Borras insieme a Schaunard/Leon Kim i migliori interpreti, la Mosuc brava e dal busto troppo ballerino, a tratti faceva venire il mal di mare per le troppe movenze.

La melodia, il motivo, quelle note di ripetizione suonate, arpeggiate dalla stupenda orchestra diretta dal maestro Stefano Ranzani  che entrano nel cervello e non lo abbandonano. Quel suono al limite della tranquillità di una gioiosa e soleggiata passeggiata primaverile scalciando qualche ciottolo sul lungolago d’Averno, che a tratti sconfina nel grigiore di una preannunciata fine, scandita fin da subito dal suono di inequivocabili colpi di tosse tubercolitici. Lo stile di vita bohemien, di una Parigi che come Napoli, era vissuta da personaggi che facevano del loro disagio un’emblema di vita, non andando contro, bensì ignorando le regole del buoncostume, seguendo solo il proprio estro, il proprio modus vivendi e seppur malmessi, erano infinitamente soddisfatti, probabilmente a livello inconscio, ma lo erano.

Questa Boheme di Mario Pontiggia… il primo atto: scene discrete, luci relativamente discrete (miglioreranno nettamente entrambe nel secondo e nel terzo atto per poi ritornare opalescenti nel quarto) in una scena che rende onore al libretto soprattutto nella parte finale nello scambio tra Rodolfo e Mimì, rispetto alla prima, un po’ troppo marcatamente beffarda. Costumi sufficientemente apprezzabili, ma in generale poco incisivi.

Secondo atto, indiscutibilmente il migliore (probabilmente per la presenza del Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo), perché riesce a far esprimere il Pontiggia nella sua propensione agli estremi, così come per il terzo atto (propensione, perché poi non si arriva mai all’atto davvero estremo in sé). Purtroppo, finale poco ricco di pathos, al limite del soporifero.

Insomma, una Boheme perimetrata nel contrario della sua essenza, che va in accordo in pochissimi attimi con l’aspettativa dell’emozione che si spera di ricevere da un’opera in primis bohemien… e poi, un’opera di Puccini, tutto il resto, un gran bel… disaccordo. Quando si prova ad osare a metà, il risultato non infiamma né congela, diventa una semplice tiepida minestra.

Direttore editoriale

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